Beatrice Bracco
Insegnante di teatro, regista e fondatrice dell'Accademia che porta il suo nome, Beatrice Bracco ha dedicato oltre trent'anni alla formazione dell'attore e alla ricerca sull'esperienza scenica.
Dopo la sua scomparsa, nel 2013, Sabrina Galateri di Genola, sua allieva e collaboratrice per oltre vent'anni, ne prosegue il lavoro, mantenendo viva una ricerca fondata sull'ascolto, sulla consapevolezza e sulla libertà creativa.
Biografia
Il percorso artistico di Beatrice Bracco si è sviluppato tra regia, ricerca teatrale e insegnamento, in un dialogo costante tra l'esperienza dell'attore e la conoscenza dell'essere umano. La sua attività ha dato vita a spettacoli e progetti che hanno attraversato linguaggi e autori differenti.
Tra le produzioni legate al suo lavoro figurano Il sogno di Mercurio (1991), Il signor Galindez (1996), Casa di bambola (1997), Mariti e mogli (1998), Sacco e Vanzetti (1999–2002) e LukaLila (2005). Un percorso che testimonia un interesse per il teatro come spazio di ricerca, relazione e confronto con la complessità dell'esperienza umana.
Accanto all'attività artistica, Beatrice ha sviluppato un lavoro di formazione che ha coinvolto generazioni di attori. I suoi insegnamenti, gli appunti e le registrazioni lasciate nel corso degli anni costituiscono un patrimonio che l'Accademia continua a custodire e a trasmettere attraverso gli allievi e i collaboratori che hanno condiviso il suo percorso.
Il training: un percorso di ricerca

Per Beatrice Bracco, il lavoro dell'attore nasceva prima di tutto dalla conoscenza di sé. La recitazione non era un insieme di tecniche da applicare meccanicamente, ma un percorso di scoperta, nel quale corpo, emozioni, ascolto e immaginazione diventano strumenti di espressione autentica.
Per questo preferiva parlare di training anziché di metodo: non una formula definitiva, ma una pratica di ricerca e trasformazione continua. Attraverso esercizi, improvvisazioni e lavoro sul personaggio, l'attore impara a riconoscere i propri automatismi, ad ampliare le possibilità espressive e a sviluppare una presenza viva sulla scena.
Al centro di questa ricerca c'è il passaggio dall'io privato all'io creativo: un processo che permette all'attore di attingere alla propria esperienza senza rimanerne prigioniero, per metterla al servizio del personaggio e della relazione scenica.
L'Accademia prosegue questo percorso formativo, conservando l'attenzione alla persona, al lavoro di gruppo e alla libertà creativa che hanno caratterizzato l'insegnamento di Beatrice.
In queste parole, Beatrice Bracco racconta in prima persona la propria visione della recitazione e del lavoro con gli attori. Un pensiero che continua a ispirare il percorso formativo dell'Accademia.
Il messaggio di Bea
Il lavoro che da trent'anni svolgo insieme ai miei allievi ha come obiettivo quello di condurli, in quanto attori, non a “recitare” ma a vivere l’esperienza del personaggio sul palcoscenico senza chiudere, come spesso accade per mancanza di fiducia, i canali dell’esperienza stessa e cioè i propri sensi, la propria emotività.
Questa operazione di separazione da sé equivale ad una morte; l’esperienza invece è un “ex perire”, un fuori dal morire, un unirsi a ciò che è in vita e che fluisce qui ed ora nel proprio respiro. Un attore deve scoprire che sul palco può vivere e non solo sopravvivere: invece che dare spazio alla paura di non funzionare è necessario nutrire la gioia di creare.
È importante, per essere presente sul palcoscenico, sviluppare il processo creativo attraverso l’autoconoscenza che parte dalla centralità e dall’osservazione; intendo quest’ultima non nel senso di mera elaborazione mentale, che ci allontana inconsapevolmente dalla percezione, ma come un mettersi in ascolto di sé, degli altri e della vita stessa.
Affidarsi all’esperienza, a ciò che è qui ed ora in movimento, richiede un training disciplinato e specifico che faccia acquistare fiducia al corpo stesso dell'attore, ne riduca le tensioni e apra i suoi canali facendogli desiderare il rischio del “non sapere” piuttosto che soffrirne.
I cambiamenti che un attore opera su di sé, quando nel corso del training accetta di entrare in un processo vivo, di esserne spiazzato, senza anticipare le risposte ma anzi elaborandone di nuove, sono evidenti.
Dar vita ad un personaggio vuol dire creare un altro da te stesso, trasformare l’io privato in io creativo, sviluppare tutte le possibilità consce e inconsce.
Risvegliare quella conoscenza che risiede nell’emisfero destro del cervello: se cerchiamo delle risposte solo nella logica lineare, ci allontaniamo dalla creatività, perché la vera creatività è scoperta e, per scoprire, dobbiamo lasciare che la realtà ci venga incontro, ci sorprenda, ci abiti, affinché, man mano che noi creiamo, essa ci crei. Questo diventa possibile solo se la nostra apertura è totale.
Non dobbiamo dimenticare che il canale attraverso il quale riceviamo l’informazione è quello dell’inconscio. La via al personaggio non parte dall’io quotidiano dell’attore, bensì dal suo io potenziale, spesso nascosto nel subconscio; perciò, negli ultimi anni di insegnamento, parte del mio lavoro tende a esercizi mirati a contattare l’emisfero destro del cervello dove risiedono l’intuizione e la creatività.
Un artista che commuove è un artista che si commuove, che riesce ad essere in contatto, che prova empatia e sa entrare dentro un personaggio e uscirne con qualche consapevolezza in più: deve poter accedere alla percezione, andare oltre la logica lineare con la fiducia che c’è una sorgente alla quale si può attingere.
Non basta allenare la voce, il corpo, la memoria – esercitazioni che fanno comunque parte del training – ma è necessario diventare consapevoli dei processi dell’animo umano.
Parlo continuamente di “training” e non di “metodo” perché un metodo si basa su risposte già trovate, su un sapere cristallizzato e statico che si sforza di ricondurre il flusso degli eventi a strumenti già in suo possesso.
Il mio “lavoro” vive nel presente, parte dalla domanda e dall’apertura che la domanda porta in sé e si nutre dell’esperienza di ciò che è.
Mi piace ricordare le parole di Stanislavskij: “Gli artisti che non vanno avanti, vanno indietro”.
Alla base del lavoro proposto c’è lo studio e la rielaborazione personale degli insegnamenti di Stanislavskij e degli insegnanti e registi che hanno continuato la sua ricerca come Vachtangov, Suler, Strasberg, Peter Brook, Grotowski e l’approfondimento di discipline e pratiche diverse, dirette a trasformare l’energia, a favorirne l’espressione nell’emisfero destro del cervello e l’accesso al subconscio (Bioenergetica, Gestalt, Antroposofia, Taoismo, Tradizione Indio dell’America latina, Musica, Danza terapia e altre).
B.B.
«Un artista che commuove è un artista che si commuove».
Produzioni

Lukalila (2005)
di Suzie Bastien · Teatro Sala Uno, Roma
Sacco e Vanzetti (1999–2002)
di Maurizio Kartun · Teatro Spazio Uno, Roma; Teatro Duse, Genova
Mariti e mogli (1998)
di Woody Allen · Teatro Blu, Roma
Casa di bambola (1997)
di Henrik Ibsen · Teatro Blu, Roma
Le gabbie interne
di Beatrice Bracco · Teatro Blu, Roma
Il signor Galindez (1996)
di Eduardo Pavlovsky · Teatro Blu
Il grido
Videoclip musicale per Umberto Tozzi, diretto da Beatrice Bracco
Il sogno di Mercurio (1991)
di Beatrice Bracco · Teatro degli Uniti, Umbertide (PG)
Giuliano Montaldo scrive a Beatrice Bracco
Voglio ringraziarti Beatrice.
E grazie a Ignazio Oliva, a Pierpaolo Lovino e grazie agli altri attori e a tutte le persone che hanno collaborato alla realizzazione di “Sacco e Vanzetti”, lo spettacolo teatrale che dopo il caloroso successo di Roma ora andrà in scena in altre città.
Una sera, a Roma ero seduto in platea tra tantissimi giovani e quando il palcoscenico si è illuminato per raccontare la tragica storia dei due italiani, quando nella stazione di Polizia di Brockton inizia il martellante interrogatorio ed entra in scena il procuratore distrettuale Katzmann, ho rivissuto in rapidi flash back le tante emozioni provate, prima nella lunga preparazione, e poi nelle settimane di lavorazione del film.
Quella sera, con un nodo che mi serrava la gola, ho visto e risentito Gianmaria Volontè e Riccardo Cucciolla, i due splendidi attori, amici e compagni di tante avventure. Quella sera ho ammirato la vibrante recitazione di Ignazio nel ruolo del fiero Bartolomeo Vanzetti, e le note cariche di dolente umanità di Pierpaolo nel ruolo di Nicola Sacco.
La passione civile e il faticoso lavoro di ricostruzione della regia mi hanno totalmente coinvolto in quel dramma che avevo portato sugli schermi trenta anni fa.
Vi ho applaudito e vi ringrazio ancora.
Giuliano Montaldo